Ho sognato tre persone che nella realtà non esistono, o forse si.
Il comandante Patrick Trudot dell'esercito francese, che col suo IPhone 6S Plus informa la moglie a Nizza che l’attacco preventivo in Siria è andato come da copione, tutto liscio come l’olio, e che quei “bastardi musulmani” perderanno questa guerra; Emilio, giovane agguerrito di destra, residente a Mariano Comense, figlio di un’antica nostalgia a lui estranea, che col suo nuovo smart-phone, regalato dal ricco zio di Predappio, vomita su un social network qualunque il suo insensato odio contro i profughi di guerra che, a suo modo di vedere le cose, presto brulicheranno per le strade di tutta Italia come Unni; infine il giovane austriaco Hans, poliziotto di frontiera, costretto a respingere la speranza di chi fugge sul Brennero nonostante la donna che ami, e alla quale scrive ogni sera messaggi d’amore, sia figlia di una famiglia di Aleppo.
Ho sognato i loro volti intenti a scrivere su quei cellulari che scandiscono, messaggio dopo messaggio, chiamata dopo chiamata, la loro vita.
Poi ho sognato Abdulfattah Jandali, giovane studente di Damasco, ultimo di nove fratelli figli di un ricco imprenditore, cresciuto tra gli agi della borghesia siriana.
Dopo la laurea alla American University di Beirut, Abdul vinse la possibilità di fare un master all’Università del Wisconsin e la colse al volo, consapevole che i suoi ideali politici gli avrebbero causato non pochi problemi nella sua amata Siria, dove la situazione non era più rosea come quando l’aveva lasciata anni prima.
Immigrato, rifugiato politico, profugo: chiamatelo come volete, la materia di cui è composta questa storia non cambia.
Abdulfattah vive la sua nuova vita, insegue il sogno americano, si fa chiamare John, e s’innamora di un amore grande, di una ragazza sagittabonda americana, alta e bellissima, di nome Joanne.
Il frutto del loro amore non può nascere, ma nasce lo stesso, contro lo xenofobo volere dei genitori di lei, che costringe comunque la giovane coppia a dare il bambino in adozione.
Ciò che lega Abdul al comandante Trudot, al giovane Emilio, ad Hans, e a tutto il resto del mondo, è un piccolo apparecchio tecnologico, ed è anche una persona, frutto dell'amore clandestino tra lo stesso Abdulfattah e Joanne, l’uomo che ha messo l'apparecchio in questione nelle tasche di un terzo della popolazione mondiale: Steve Jobs.
Se non fosse per un immigrato musulmano, nè il comandante Trudot nè il giovane Emilio potrebbero sfogare la loro boria razzista verso quelli stessi musulmani; e come non ci sarebbe la scuola di pensiero moderna senza un paese in bancarotta, la Grecia, allo stesso modo non esisterebbe la tecnologia più diffusa sulla Terra senza un popolo che attualmente è in fuga dilaniato dalla guerra, il popolo siriano.
Possiamo continuare ad obnubilarci nelle nostre cieche convinzioni, ma dobbiamo renderci conto che non può esserci progresso senza la consapevolezza che prima di essere una nazione o un insieme di nazioni, siamo un pianeta.
L’altra notte ho sognato tre persone che non esistono, ma che sono come le sette miliardi di persone che abitano veramente questa Terra, e che hanno in comune una sola, bellissima ed epica storia.

banksy, steve jobs

Mattia Rigodanza

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La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mie mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore.

frida kahlo e diego rivera

Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera.

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...ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere; e così è anche oggi. Continua in me, dopo quasi una intera giornata trascorsa, il lieto eccitamento suscitatomi dalle tue notizie e dalla prova tangibile che mi vuoi così bene. Questo eccitamento non ha potuto essere cancellato neppure dall’inopinato incontro che abbiamo fatto oggi. Gli auspici, dunque, non sono lieti; ma pazienza. Comunque, se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola.
E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. Ma parliamo d’altro. Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio. A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. Devo smettere, perché mi sono messo a scrivere troppo tardi fidando nella luce della mia lampadina, la quale invece stasera è particolarmente fioca, oltre ad essere altissima. Ti continuerò a scrivere alla cieca, senza la speranza di rileggere. Con tutto il Tommaseo che ho tra le mani, sorge spontaneo il raffronto con la pagina di diario di lui che diventa cieco. Io, per fortuna, sono cieco solo fino a domattina. Ciao, amore mio, tenerezza mia. Fra pochi giorni sarà il sesto anniversario del nostro matrimonio. Come e dove mi troverò quel giorno? Di che umore sarai tu allora? Ho ripensato, in questi ultimi tempi, alla nostra vita comune. L’unico nostro nemico (ho concluso) era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e non venir meno al mio dovere, che non rimaneva nessun’altra forma di vitalità in me. Non è così? Se è così, quando ci ritroveremo, io sarò liberato dalla paura, e neppure queste zone opache esisteranno più nella nostra vita comune. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. (Anche questa è una conclusione alla quale sono giunto negli ultimi tempi).
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. Saluta e ringrazia tutti coloro che sono buoni e affettuosi con te: debbono essere molti. Chiedi scusa a tua madre, e in genere ai tuoi, di tutto il fastidio che arreca questa nostra troppo numerosa famiglia. Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia?
Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.

Leone Ginzburg alla moglie Natalia, poche ore prima di essere ucciso nel carcere di Regina Coeli nel 1944.

Leone Ginzburg

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Ho passato questa notte tra brividi e risate sotto un cielo freddo e limpido, pieno di stelle e con le persone che amo, solo per assistere a qualcosa di bello. Sono arrivata a realizzare quello che ho vissuto quest’anno e mi sento di condividerlo qui, per chiunque ne avesse bisogno: evitare la paura, la tristezza o la rabbia non vuol dire essere felici. Vivo la mia tristezza ogni giorno, ma non la disdegno più. Ora faccio in modo di non dimenticare più i meravigliosi momenti di gioia che mi capitano, apprezzandoli e godendoli per come sono. Non è facile. Anzi, direi che forse ci vuole molta a più fatica a farlo consapevolmente più di quanto non si faccia per rimanere tristi. Ma con tutto il cuore, non posso far altro che dirvi quanto davvero ne vale la pena.
E per tutti coloro che soffrono di depressione, so quanto quel tunnel possa apparire oscuro e senza fine, ma se vi sembra impossibile essere felici aggrappatevi alla speranza, anche se può sembrare debole. Perchè ve lo giuro, ci sono le stesse notti da condividere per tutti noi sotto la stessa luna gialla. Non importa quando o come, lì troverete la vostra strada.

Zelda Williams, subito dopo la morte del padre Robin.

Robin e Zelda Williams

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...abbiamo ricevuto la tua lettera questa mattina. Ti risponderò dal mio punto di vista e di certo Elaine farà lo stesso. Primo, se sei innamorato, è una buona cosa, praticamente la miglior cosa che ti possa capitare. Non permettere che nessuno la sottovaluti o sminuisca.
Secondo, ci sono molti tipi di amore. C’è uno egoista, meschino, rapace e cattivo che usa l’amore per darsi importanza. Questo è il tipo di amore più brutto e che rende deboli. L’altro invece è una fuoriuscita di tutte le cose buone che hai dentro di te - di gentilezza, considerazione e rispetto - non solo il rispetto delle buone maniere, ma il rispetto più grande, che è riconoscimento dell’altra persona nella sua unicità e valore. Il primo tipo di amore può farti star male, renderti piccolo e debole ma il secondo può far nascere in te una forza, un coraggio, una bontà e perfino una saggezza che non credevi di avere.
Hai detto che non si tratta di una cotta. Se provi sentimenti così profondi, certamente non è una cotta.
Ma non credo tu mi stessi chiedendo di dirti quello che provi. Lo sai meglio
tu di chiunque altro. Quello che mi hai chiesto è di aiutarti a capire cosa fare. E questo, posso dirtelo. Rallegratene e sii felice e grato. L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all'altezza. Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male, ti devi soltanto ricordare che certe persone sono timide e quindi nel dirlo dovrai tenerne conto.
Le ragazze sanno come capire e sentire le cose che tu senti, ma di solito preferiscono anche sentirselo dire. Può succedere che quanto senti non sia ricambiato, per una ragione o per l’altra, ma ciò non renderà i tuoi sentimenti meno veri e belli.
Per finire, so cosa provi perché lo provo anch'io, e sono felice per te. Ci farà piacere conoscere Susan. Sarà la benvenuta. Ma a questo ci penserà Elaine, perché è il suo terreno e ne sarà felicissima. Anche lei conosce l’amore e forse saprà aiutarti più di me.
E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succederà. La cosa
più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via.
Con amore, Pa."

10 Novembre 1958

john steinbeck

John Steinbeck

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"Mia carissima mamma,
sono passati ormai quaranta giorni da quando ci siamo salutati al confine della piana di casa nostra, e finalmente sono arrivato a destinazione. Il viaggio non è stato facile: prima mi hanno caricato come un sacco di patate su un vecchio furgone che puzzava di ruggine come il taglia erba che teniamo nella capanna dietro casa nostra, e lì ho pensato a quando mi parlavi dei "trafficanti della morte", quelli che vendono le persone sulla costa, ed ho avuto molta paura; poi gli uomini che mi avevano promesso un posto in una grande nave moderna non si sono fatti trovare al porto, e al loro posto ce n'erano degli altri, con le mani sporche di grasso nero, che mi hanno detto che per quello che abbiamo pagato mi spettava la stiva, insieme ad altre persone. Eravamo in tanti mamma, tantissimi, ho riconosciuto il figlio della dottoressa, non mi ricordo come si chiama: ci siamo guardati, una manciata di secondi, poi lui ha abbassato lo sguardo. Avrei voluto parlarci un po', così, giusto per passare il tempo. La nave da fuori sono riuscito ad intravederla soltanto, poi il buio. Per trentadue giorni e trentadue notti non abbiamo visto nessuno, solo le braccia di chi, due volte al giorno, apriva il portellone di ferro sul soffitto per farci prendere un po' d'aria e mandare fuori i puzzi delle feci e delle pisci. Poi finalmente abbiamo sentito un vento di passioni filtrare dall'esterno: urla indefinite, mani eccitate che sbattevano sui fianchi della nave che piano piano rallentava impercettibilmente. Sono arrivato mamma, e qui tira il vento che tirava quando tu e papà mi portavate sulla costa a pescare. Qui si respira aria nuova: un po' pesante, forse sporca, ma carica di energia. È tutto esattamente come ci aveva descritto lo zio. Ancora purtroppo non ho potuto vedere le grandi città perché mi hanno detto che devo aspettare. In effetti non so bene cosa io debba aspettare: qui parlano una lingua stranissima, simile a quella che sentivamo ogni tanto alla radio nei giorni di festa, e io non capisco quasi niente. Il posto dove mi tengono è molto grande, ma lurido come il vecchio porcile dei nostri vicini: gli altri ragazzi lo chiamano "il centro". Ieri ho visto alcuni di loro accendere un fuoco in bagno e cucinare dei ratti che avevano catturato nel dormitorio. Io avevo i crampi allo stomaco dalla fame ma siccome non sono amico loro mi hanno detto che non potevo mangiare. Non sono ancora riuscito a dormire bene: mi manca il nostro granaio, dove d'Estate dormivo con gli animali dopo il pranzo. Mi manca tanto il pranzo della famiglia, mamma, mi mancano i tuoi occhi che mi guardano e che mi rimproverano dicendomi di mangiare tutte le patate. Quanto mi mancano le nostre patate, e il burro di noci della zia. Qui sembrano tutti grandi, puliti, mi guardano come io guardavo le capre che tornavano dietro a papà dopo i lunghi pascoli. E poi dicono che arriverà il freddo, e addirittura la neve! Sono felice perché finalmente potrò sapere se la neve è veramente così bianca come dice lo zio, ma sono anche preoccupato perché mi hanno rubato le scarpe e le calze una settimana fa, ed inizio ad avere freddo ai piedi, soprattutto di notte. Lo so, è colpa mia, avrei dovuto tenerle sotto le coperte con me le scarpe, ma mi prudevano i piedi e nel sonno me le sono tolte. Comunque non ti preoccupare, nella lettera che ho ricevuto lo zio mi diceva che mi sarebbe venuto a prendere appena fossi arrivato, spero solo che gli abbiano detto che sono ancora qui ad aspettare. Poi ci penserà lui a darmi un lavoro: dice che negli ultimi anni lui ed altri ragazzi come noi si sono organizzati e ora non prendono più ordini come fa papà a casa nostra: sono liberi, e i soldi che guadagnano possono tenerli tutti per loro. Lo so che tu non ti fidi molto dello zio e che credi sia un delinquente, ma non è più la persona che era quando stava con noi alla piana. Comunque mamma, ti prometto che resterò sempre io, il tuo bambino, e che questo nuovo grande paese non prenderà mai il posto che occupa casa nostra nel mio cuore. Ti chiedo solo una cosa mamma: dai un abbraccio forte a papà e digli che mi manca molto aiutarlo con gli animali la mattina presto e vedere con lui il sole sorgere dal mare. Digli anche di non preoccuparsi per me e che fra non molto non dovrà preoccuparsi neanche più dei soldi perché qui dove sono ora le persone come noi hanno un lavoro sicuro e vengono pagate addirittura ogni mese! Appena inizierò a lavorare con lo zio, vi manderò dei soldi per dimostrarvi che non mi sbaglio. Nel frattempo salutami i miei fratelli, salutami tutte le bestie della fattoria, e salutami il mio mare, soffiaci sopra un bacio come mi hai insegnato quando ero piccolo e vedrai che il mare trasporterà il tuo bacio fino a me. Stai tranquilla mamma, per noi ora inizia una nuova vita.
Il tuo devotissimo figlio,
G. Baba Diup
"Centro per l'Accoglienza dei Richiedenti Asilo" (C.A.R.A.) di Mineo (CT), Sicilia, 2016."
.
Non è vero, questa lettera non è stata scritta da Baba Diup, e non è stata inviata dal "centro per l'accoglienza dei richiedenti asilo" di Mineo in Sicilia. Non è stata scritta neanche nel 2016, ma appena cent'anni prima.
"Guglielmino Massería, Ellis Island, New York, 1907": ecco, lui è il vero mittente, e il bacio di sua madre partì dalla piana di Catania per perdersi nel mare. 
Cambia il destinatario, cambia il mittente, e forse un giorno cambierà anche il modo d'interpretare la storia, il modo di ricordare e il modo di vedere il mondo.
Ma i contenuti delle lettere degli immigrati, da ovunque essi arrivino e a qualunque epoca appartengano, quelle non cambieranno mai.
centro di accoglienza per richiedenti asilo
Mattia Rigodanza
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"Ci hanno svegliato più presto del solito questa mattina. Ci hanno detto di muoverci, di fare veloci, ho sentito che dicevano che per noi questo era un giorno molto importante.

Sono nato appena sei anni fa nella campagna di Almerìa, in Andalusìa, dove il sole brucia la pelle e il vento frusta la schiena. Mio padre non l’ho mai visto, e mia madre me l’hanno portata via subito dopo il parto. Mi hanno chiamato Ferdinando, in onore di un vecchio Re dell’ottocento. Appena nato, io e i miei tre fratelli pensavamo che non saremmo potuti sopravvivere neanche un’ora senza nostra madre, ma poi è arrivato quell’uomo robusto, non molto alto ma comunque possente. Si chiama Joselito: è lui che ci ha presi con sé, nella sua fattoria, e ci ha allevati come fossimo suoi figli.

Ora però, mi sento spaesato. Joselito questa mattina l’ho visto solo di sfuggita che s’incamminava verso il furgone, lasciandoci con degli altri uomini con la pelle scurita dal sole e dei grandi cappelli di vimini. “Muovetevi, forza su! Non abbiamo tutta la mattina!” Questi uomini non mi piacciono: cerco di rimanere vicino ai miei fratelli ma arrivati in stazione ci smistano su due vagoni differenti.

Il viaggio è il più lungo che io abbia mai fatto, e stipato in quel vagone in lamiera sento la polvere che mi entra nel naso. Il treno si ferma, sento un clamore provenire da lontano. Scendiamo dal treno e lo schiamazzo si fa più forte, e si mischia alla sabbia. Mentre cammino penso a quante volte io e i miei fratelli abbiamo corso su quella stessa sabbia, per interi pomeriggi, rotolandoci poi all’ombra degli ulivi e godendoci il profumo degli oleandri provenire dalla costa. Mi stanno chiudendo in una specie di recinto rettangolare, le sbarre arrugginite sanno di ferro e sangue. “Che cosa succede?” provo ad urlare. “Perché ci tenete chiusi qui dentro? Dove sono i miei fratelli?” Nessuno sembra accorgersi di me. Molti uomini mi camminano intorno, sembrano non vedermi neanche, e chiacchierano tranquilli tra di loro: alcuni sghignazzano rumorosamente, altri discutono animosamente. Sento delle urla lontane, ho paura. Credo anche di essermi fatto la pipì addosso. Alcuni uomini si avvicinano al mio recinto e mi guardano, uno di loro è accompagnato da un bambino che sembra aver paura di me. “Stai lontano Ale”, si rivolge il padre al bambino, “potresti farti male”.

Vengo legato, tirato fuori dalla gabbia metallica e portato lungo un corridoio buio. In lontananza vedo una luce; ora l’odore di ferro e sangue si fa più intenso. Senza neanche accorgermene, immerso nel terrore che paralizza le gambe, mi ritrovo in mezzo a un cerchio di sabbia, simile a quello della nostra fattoria dove fino a poche ore prima correvo libero con i miei fratelli. Intorno, centinaia di uomini e donne invocano un nome che non è il mio. La terra si è fatta rossa in alcune parti del cerchio, e pezzi di verghe di legno vengono raccolti dal suolo. Ora la sabbia mi ricopre il volto, cerco di togliermela muovendo la testa, ma il nastro che mi hanno legato addosso spostandosi mi graffia la schiena. Mi agito, e credo che gli uomini attorno a me se ne siano accorti: li sento avvicinarsi da tutte le direzioni. Cerco una via d’uscita inutilmente e sento quella moltitudine di persone ridere di me.  Due uomini a cavallo entrano nel cerchio, non riesco a guardarli: i raggi del sole riflettono sulle loro armature d’acciaio, accecandomi.

Sento la paura penetrarmi le scapole e conficcarsi nel mio cuore, penso a mia madre, a quanto avrei voluto conoscerla. Poi penso a mio fratello Gordito, che quando eravamo più piccoli faceva finta di star male per farsi dare una doppia porzione di cena da Joselito. Penso a Joselito: ricordo ancora la prima volta che l’ho visto, a malapena camminavo sulle mie gambe. “Perché hai permesso tutto questo..” penso piangendo.

Vibra la punta di una lancia nell’aria, sento un dolore tremendo arrivare da dietro. Poi ancora, e ancora tre volte. Cerco di scappare, di correre, di volare.. Ma ad ogni mio movimenti mi viene sferrato un colpo che mi abbassa la testa. Non ce la faccio più, sono esausto. Sono stanco dell’odore di ferro e sangue, del caldo del sole, sono stanco della sabbia che mi entra con forza negli occhi. Voglio andare a casa. Non ho più energie per muovermi, quando riesco a malapena a scorgere una sagoma che si avvicina, sinuosa, decisa. Trovo la forza di alzare la testa, e un’espressione di scherno, di sprezzante derisione, affonda nei miei occhi: “Ora il collo, il cuore, e dopo la coda: sei mio, toro!”

Sono morto così, in un cerchio di sabbia. Hanno portato via la mia carcassa in fretta, senza il dovuto giro d’onore, perché secondo i giudici non mi ero battuto in maniera esemplare. Perché avrei dovuto? Come potevo immaginare a cosa stavo andando incontro? Sono stato ucciso da due picche infilate nella schiena, e tre nel collo. Sono stato ucciso dallo scherno del torero, più che dalla sua spada. Sono stato ucciso da Joselito ancor prima di entrare nell’arena, e sono stato ucciso dalle risate delle persone che assistevano alla mia tortura. Sono stato ucciso nel Febbraio del 1986; in quello stesso anno, insieme a me, morirono anche i miei fratelli e altri trecentonovanta tori. Dei toreri si ricorda il nome, dei tori si ricorda solo il puzzo dei loro corpi dissanguati."

toro morente in una corrida

Mattia Rigodanza

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"Possa questo essere l'ultimo giorno di guerra." Con queste parole, visibilmente rotte dall'emozione, il leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) Rodrigo Londono stringe la mano all'attuale presidente colombiano Juan Manuel Santos, alla presenza dei vertici dell'ONU, decretando così la fine di una delle guerre civili più longeve della storia dell'uomo.

Senza entrare troppo nel merito di questa guerra civile, svoltasi con la classica tecnica della "guerriglia di movimento" e per la più antica delle pretese popolari di democratizzazione, rappresentanza politica e sociale, mi piacerebbe più che altro indirizzare l'attenzione su qualcosa di cui nessuno si sorprende più solo perché nessuno ne sente più parlare: è finita una guerra. Tempo fa un uomo molto saggio mi disse che la cronaca bianca fa parte della storia esattamente come la cronaca nera, nonostante sia noto come la natura dell'uomo e della politica sia fisiologicamente conflittuale e tormentata. Ok, tutte le nazioni del mondo si reggono sul delicato equilibrio tra gli egoismi delle parti, nascono e muoiono dalla guerra e lo Stato è solo una fragilissima campana di vetro messa ad evitare che i popoli si attacchino in loop, ma a volte le guerre finiscono e, che l'umanità lo voglia o no, anche per nobili ragioni. Così vince la collaborazione, e la Colombia rurale andrà sempre più verso lo sviluppo, e le armi dei ribelli lasceranno spazio alla legittima lotta politica. Parlare della pace è la cosa più importante, perché è dalla pace che si impara, non dalla guerra.

Cinquantadue anni di guerra civile, di divisione sociale, 260 mila morti, 52 mila dispersi e sette milioni di profughi, questi sono numeri che la Colombia ricorderà per sempre, insieme a una data: 23 Giugno 2016, "la paz".

la paz

Mattia Rigodanza     

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Sventurati quelli che hanno scorto
una ragazza nel metrò
e si sono innamorati di colpo
e l'hanno seguita impazziti
e l'hanno persa per sempre tra la folla.

Perché saranno condannati
a vagare senza meta per le stazioni
e a piangere sulle canzoni d'amore
che i musicisti ambulanti intonano
nei tunnel.

E forse l'amore non è che questo:
una donna o un uomo che scende da un vagone
in una stazione del metrò
e brilla per pochi secondi
e si perde senza nome nella sera.

Oscar Hahn

Oscar Hahn

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1 Comment

Io te vurria vasà – sospira la canzone,
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare
come la gola al canto e come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare.


Io te vurria vasà – insiste la canzone,
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare,
più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
più di benda su ferita,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare.
Io ti vorrei bastare.

Erri De Luca

poesia di Erri De Luca dedicata alla moglie

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