"Per favore mamma, non essere arrabbiata con me. Son dovuto partire nella notte, e non ti ho salutato per paura di come tu avresti potuto provare a dissuadermi dal farlo. Ma io non ce la faccio a vivere così, a Kallstadt, tra le rovine umane di una regione impoverita dalle guerre, tra le vigne spoglie che ci ricordano un passato che non c’è più. Siamo nel 1885 ormai, il nuovo secolo incombe, e io non potevo immaginare di passare altri anni tra il sangue che l’enfisema mi sputa dalla bocca e i debiti che ci lasciò mio padre dopo la sua morte prematura. Il sapore del pane azzimo non mi mancherà, l’odore stantio delle vecchie lane di famiglia non mi ostruirà più il respiro, e la vista di te che tremi al freddo dei campi ghiacciati e, ritenendomi troppo fragile per il duro lavoro, ti carichi sulle spalle tutto il dolore di noi figli, non mi impedirà più di dormire la notte. Lavorerò nella vecchia e puzzolente bottega di un barbiere, come ho fatto quando mi hai mandato a Frankenthal dal signor Lang. Per ora, però, devo accontentarmi di molto poco: dopo dodici giorni di viaggio sulla Eider, io, Katharina e suo marito Fred siamo arrivati a New York in un gelido mattino di fine Ottobre, e subito la crudeltà di chi è costretto ad accogliere i relitti delle genti europee mi ha schiacciato come si fa con una mosca. Le persone qui sanno come si trattano i migranti, sanno come far valere la loro forza. Hanno storpiato il nome della nostra famiglia senza ritegno e senza manifestare il minimo riguardo verso mio padre. Gli ho odiati con tutti gli acidi che porto nello stomaco. Quelli come noi, quelli di lingua germanica, stanno tutti ammassati come bestie in un quartiere spettrale del Lower East Side a Forsyth Street, Manhattan, stipati tra edifici fatiscenti e lamenti notturni, tra le gonne lunghe delle anziane donne tedesche e le gambe rachitiche e viola dei bambini troppo poveri per indossare calzoni lunghi. Sembra che però i ricchi proprietari di questi palazzi, accortisi di quante persone stanno arrivando dall’Europa, abbiano deciso di alzare il canone d’affitto, e quindi io e Fred stiamo cercando un appartamento sulla seconda strada.
Tra qualche giorno inizierò a lavorare nella bottega di quel barbiere di cui ti parlavo prima; ho saputo che lui parla tedesco e questo mi conforta. Ho pensato che se lavoro duro in un paio di anni potrò lasciare questa maledetta città, blasfema e simoniaca, per rincorrere quello che, a sentire i discorsi notturni degli ubriachi nelle bettole, è la vera ragione per cui tutto il mondo viene in America: l’oro. Non so ancora cosa farò, credo che lascerò mia sorella e suo marito qui, rallenterebbero il mio passo, e ancora non c’è spazio per loro nei miei sogni. Andrò ad Ovest, forse a Seattle, seguendo le rotaie che i nostri avi costruirono col sangue ed il sudore, e troverò la mia strada. Non mi piace l’America, e non mi piace neanche pensare a casa nostra a Kallstadt: sono sereno solo quando penso al mio futuro qui, alla mia casa fatta di mattoni che piano piano edificherò. Non sono tranquillo mamma, non sono contento di come siamo trattati lontani da casa, del fiato che ci sputano in faccia, dei peli umani che trovo nei bagni del nostro palazzo, dei colpi di tosse che mi tengono sveglio. Credo che questo sia un grande paese, ma che sia pieno di piccole persone. E se mai un giorno dovessi diventare Presidente, insegnerò agli americani a trattare i migranti come trattano i loro figli."

Frederick Drumpf, nonno del prossimo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

frederick-drumpf

Mattia Rigodanza

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Qualche tempo fa ho partecipato a un colloquio di lavoro, uno di quei colloqui multilivello dove si assiste inermi alla più feroce e meno meritocratica delle scremature. Ho passato con successo e senza troppo impegno questo colloquio, successo che sarei ipocrita a definire inaspettato perché sono una persona che in questo genere di situazioni fa tendenzialmente una buona impressione. Ho pensato: che cosa ho fatto io per meritarmi questa fortuna divina che mi permette di essere sempre così ben considerato solo per essermi messo una camicia stirata, una sciarpa o un bel paio di scarpe? Io non ho problemi a rapportarmi con la gente, non mi sudano troppo le mani, non balbetto compulsivamente, ma questo non vuol dire che io sia più audace di chi quel maledetto giorno è stato inesorabilmente scartato. C’era un ragazzo sulla trentina insieme a me, guance schiacciate dalle occhiaie di chi ha dormito solo poche ore, ai piedi un debole tentativo di indossare qualcosa di elegante, la barba sfoltita dallo stress. Non so niente di lui, ma credo si meritasse una chance di provare le sue abilità. C’era una ragazza grassottella insieme a noi, il volto appesantito dal trucco, la risata di chi cerca in tutti i modi di non passare inosservata, la fronte bagnata dall’insicurezza e l’outfit di chi non può permettersi di sprecare neanche un centesimo. Non so niente di lei. Mi sono immaginato tutta la sua vita nei primi tre secondi in cui l’ho vista, e credo con forza che in ogni staff ci sia bisogno di una persona come lei con cui scambiare quelle famose due parole che smorzano la tensione di un turno di lavoro. C’era un ragazzo dell’est insieme a noi quel giorno, scarpe sportive di chi è sempre pronto a lasciare il posto, sguardo basso di chi non ha ancora imparato che la dignità può darti la spinta che cerchi, braccia incrociate di chi non bluffa. Non so niente di lui, non conosco il tempo del suo breve respiro su questa Terra. Ma mi sarebbe piaciuto farlo, ascoltarlo. Non so cosa voglia il mondo da noi, non so cosa il mondo vuole che noi diventiamo. Forse il mondo ci vuole pronti, con l’abito pulito e le scarpe lucide, forse dobbiamo affrontare le nostre paure con risolutezza e basta, punto. Forse il mondo non ci guarda neanche negli occhi, ma ci ispeziona il taglio di capelli e la marca della giacca. Non so come ci voglia il mondo, ma di certo non ci vuole autentici, col cuore che batte nel costato, con le nostre notti in bianco piene solo di splendide apprensioni. Forse il mondo vuole solo vedere come siamo vestiti, lasciandoci essere audaci solo nei sogni. Il mondo per noi è come quell'amica bellissima che conosciamo da sempre e che non vuole che ci innamoriamo di lei. Ma noi non molleremo.

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Mattia Rigodanza

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Parlavo con un conoscente di origini pugliesi convinto che l'immigrazione sia una piaga sociale, e mi sono chiesto: "Chi è il migrante del ventunesimo secolo?". Una persona che cambia terra, che cambia casa, che si spinge attraverso linee immaginarie per motivi sociali, politici, economici. Così è nel 2016, così era negli anni '60, quando intere popolazioni si spostavano dal sud al nord Italia perseguitate da denigrazioni e stereotipi di ogni tipo; così successe durante il colonialismo e il neocolonialismo, che spinsero enormi frange di intere nazioni a cercare nuove e ricche terre; così successe con la rivoluzione industriale, che portò le popolazioni rurali a migrare nelle città; così successe durante la Belle Epoque e gli anni '20, quando le più avide menti della Terra migrarono verso i salotti avanguardisti di Parigi; così successe durante tutto il primo millennio dopo Cristo, quando le migrazioni delle famigerate orde barbariche diedero vita all'odierna varietà di razze che rende così bella l'Europa. Cambiano dunque le motivazioni, ma resta indelebile un semplice fatto intrinseco nel genere umano: la migrazione.
Tutta l'umanità migra, è un fatto fisiologico: si migra per sopravvivere fin dalla notte dei tempi, si migra per cambiare, per ricercare, per progredire; e se uno ci pensa attentamente, capisce che il cambiamento, la ricerca e il progresso sono la "conditio sine qua non" per la sopravvivenza dell'umanità stessa.
Siamo tutti frutto di migrazioni: i miei chiari colori somatici, ad esempio, sono la prova di una discendenza nordica che tutto è tranne appartenente al ceppo mediterraneo. Io spesso m'immagino i miei discendenti longobardi, provenienti dalle aride steppe del nord, gente nomade abile nella lavorazione delle pelli, gente che canta antiche canzoni incomprensibili ai più, gente che guarda le stelle e che interpreta il futuro con messaggi dal passato.
Siamo tutti frutto di migrazioni: disertiamo il pensiero che le razze possano mescolarsi, quando l'hanno già fatto durante tutta la storia del mondo. E ci crogioliamo in un paradosso proprio solo di una popolazione ignorante: guardiamo con sospetto e diffidenza ai viaggi altrui, e poi migriamo in massa verso Londra o Tenerife a cercare fortuna e a farci trattare come noi trattiamo tutti i giorni i ragazzi africani che vengono in Italia; rivendichiamo come nostra e nostra soltanto una lingua di terra a forma di stivale, quando siamo stati il primo popolo moderno ad abbandonare il proprio Stato per dirigerci in America e Australia come mandrie di buoi, e ignoriamo il fatto che tra cinquanta, cento o forse anche cinquecento anni dovremo abbandonare ancora l'italico suolo in cerca di campi più rigogliosi, di paesi più nutrienti, o addirittura di mondi meno contaminati. Perchè la storia del tempo è ciclica, e se siamo migrati ieri, migreremo domani.
Infine le cose belle migrano, le persone proiettate nel futuro viaggiano, si spostano: i grandi atleti attraversano il mondo in cerca di società sportive nel quale appagarsi e appagare (e anche il più xenofobo degli Italiani si trova a tifare per Ivan Zaytsev, figlio di immigrati russi, durante il mondiale di pallavolo), Albert Einstein fuggì dove poter dar sfogo al suo genio, Ernest Hemingway cercò per tutta la vita l'isola adatta a soddisfare la sua sete d'avventura senza trovarla mai, e infine uno dei più grandi condottieri della storia, colui che migrò fino alla fine del mondo per unirlo in un unico Stato: Alessandro di Macedonia, detto "il grande", che partì con una sacca sulle spalle e non tornò mai più.
Non lo so, sarà che io vedo il migrante come una delle più romantiche figure cavalleresche, una sorta di Hucklberry Finn che viaggia nel tempo su di una vecchia Delorean, ma stanotte, prima di andare a letto, leggerò un racconto di Marquez su di un uomo con grandi ali di angelo, con in sottofondo un atroce pezzo jazz di Miles Davis, penserò che sono due splendidi esempi di come nonostante tutto le migrazioni spagnole ed africane in America, per esempio, abbiano regalato due gioielli al mondo, e ringrazierò la gente che nel tempo, per una ragione o per l'altra, costretta o di sua sponte, lasciò casa sua e ci regalò storie fantastiche e musiche infinite.

migrationisnotacrime

Mattia Rigodanza

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Ho sognato tre persone che nella realtà non esistono, o forse si.
Il comandante Patrick Trudot dell'esercito francese, che col suo IPhone 6S Plus informa la moglie a Nizza che l’attacco preventivo in Siria è andato come da copione, tutto liscio come l’olio, e che quei “bastardi musulmani” perderanno questa guerra; Emilio, giovane agguerrito di destra, residente a Mariano Comense, figlio di un’antica nostalgia a lui estranea, che col suo nuovo smart-phone, regalato dal ricco zio di Predappio, vomita su un social network qualunque il suo insensato odio contro i profughi di guerra che, a suo modo di vedere le cose, presto brulicheranno per le strade di tutta Italia come Unni; infine il giovane austriaco Hans, poliziotto di frontiera, costretto a respingere la speranza di chi fugge sul Brennero nonostante la donna che ami, e alla quale scrive ogni sera messaggi d’amore, sia figlia di un modesto commerciante di Aleppo.
Ho sognato i loro volti intenti a scrivere su quei cellulari che scandiscono, messaggio dopo messaggio, chiamata dopo chiamata, la loro vita.
Poi ho sognato Abdulfattah Jandali, giovane studente di Damasco, ultimo di nove fratelli figli di un ricco imprenditore, cresciuto tra gli agi della borghesia siriana.
Dopo la laurea alla American University di Beirut, Abdul vinse la possibilità di fare un master all’Università del Wisconsin e la colse al volo, consapevole che i suoi ideali politici gli avrebbero causato non pochi problemi nella sua amata Siria, dove la situazione non era più rosea come quando l’aveva lasciata anni prima.
Immigrato, rifugiato politico, profugo: chiamatelo come volete, la materia di cui è composta questa storia non cambia.
Abdulfattah vive la sua nuova vita, insegue il sogno americano, si fa chiamare John, e s’innamora di un amore grande, di una ragazza sagittabonda americana, alta e bellissima, di nome Joanne.
Il frutto del loro amore non può nascere, ma nasce lo stesso, contro lo xenofobo volere dei genitori di lei, che costringe comunque la giovane coppia a dare il bambino in adozione.
Ciò che lega Abdul al comandante Trudot, al giovane Emilio, ad Hans, e a tutto il resto del mondo, è un piccolo apparecchio tecnologico, ed è anche una persona, frutto dell'amore clandestino tra lo stesso Abdulfattah e Joanne, l’uomo che ha messo l'apparecchio in questione nelle tasche di un terzo della popolazione mondiale: Steve Jobs.
Se non fosse per un immigrato musulmano, nè il comandante Trudot nè il giovane Emilio potrebbero sfogare la loro boria razzista verso quelli stessi musulmani; e come non ci sarebbe la scuola di pensiero moderna senza un paese in bancarotta, la Grecia, allo stesso modo non esisterebbe la tecnologia più diffusa sulla Terra senza un popolo che attualmente è in fuga dilaniato dalla guerra, il popolo siriano.
Possiamo continuare ad obnubilarci nelle nostre cieche convinzioni, ma dobbiamo renderci conto che non può esserci progresso senza la consapevolezza che prima di essere una nazione o un insieme di nazioni, siamo un pianeta.
L’altra notte ho sognato tre persone che non esistono, ma che sono come le sette miliardi di persone che abitano veramente questa Terra, e che hanno in comune una sola, bellissima ed epica storia.

banksy, steve jobs

Mattia Rigodanza

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La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mie mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore.

frida kahlo e diego rivera

Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera.

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...ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere; e così è anche oggi. Continua in me, dopo quasi una intera giornata trascorsa, il lieto eccitamento suscitatomi dalle tue notizie e dalla prova tangibile che mi vuoi così bene. Questo eccitamento non ha potuto essere cancellato neppure dall’inopinato incontro che abbiamo fatto oggi. Gli auspici, dunque, non sono lieti; ma pazienza. Comunque, se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola.
E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. Ma parliamo d’altro. Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio. A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. Devo smettere, perché mi sono messo a scrivere troppo tardi fidando nella luce della mia lampadina, la quale invece stasera è particolarmente fioca, oltre ad essere altissima. Ti continuerò a scrivere alla cieca, senza la speranza di rileggere. Con tutto il Tommaseo che ho tra le mani, sorge spontaneo il raffronto con la pagina di diario di lui che diventa cieco. Io, per fortuna, sono cieco solo fino a domattina. Ciao, amore mio, tenerezza mia. Fra pochi giorni sarà il sesto anniversario del nostro matrimonio. Come e dove mi troverò quel giorno? Di che umore sarai tu allora? Ho ripensato, in questi ultimi tempi, alla nostra vita comune. L’unico nostro nemico (ho concluso) era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e non venir meno al mio dovere, che non rimaneva nessun’altra forma di vitalità in me. Non è così? Se è così, quando ci ritroveremo, io sarò liberato dalla paura, e neppure queste zone opache esisteranno più nella nostra vita comune. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. (Anche questa è una conclusione alla quale sono giunto negli ultimi tempi).
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. Saluta e ringrazia tutti coloro che sono buoni e affettuosi con te: debbono essere molti. Chiedi scusa a tua madre, e in genere ai tuoi, di tutto il fastidio che arreca questa nostra troppo numerosa famiglia. Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia?
Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.

Leone Ginzburg alla moglie Natalia, poche ore prima di essere ucciso nel carcere di Regina Coeli nel 1944.

Leone Ginzburg

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Ho passato questa notte tra brividi e risate sotto un cielo freddo e limpido, pieno di stelle e con le persone che amo, solo per assistere a qualcosa di bello. Sono arrivata a realizzare quello che ho vissuto quest’anno e mi sento di condividerlo qui, per chiunque ne avesse bisogno: evitare la paura, la tristezza o la rabbia non vuol dire essere felici. Vivo la mia tristezza ogni giorno, ma non la disdegno più. Ora faccio in modo di non dimenticare più i meravigliosi momenti di gioia che mi capitano, apprezzandoli e godendoli per come sono. Non è facile. Anzi, direi che forse ci vuole molta a più fatica a farlo consapevolmente più di quanto non si faccia per rimanere tristi. Ma con tutto il cuore, non posso far altro che dirvi quanto davvero ne vale la pena.
E per tutti coloro che soffrono di depressione, so quanto quel tunnel possa apparire oscuro e senza fine, ma se vi sembra impossibile essere felici aggrappatevi alla speranza, anche se può sembrare debole. Perchè ve lo giuro, ci sono le stesse notti da condividere per tutti noi sotto la stessa luna gialla. Non importa quando o come, lì troverete la vostra strada.

Zelda Williams, subito dopo la morte del padre Robin.

Robin e Zelda Williams

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...abbiamo ricevuto la tua lettera questa mattina. Ti risponderò dal mio punto di vista e di certo Elaine farà lo stesso. Primo, se sei innamorato, è una buona cosa, praticamente la miglior cosa che ti possa capitare. Non permettere che nessuno la sottovaluti o sminuisca.
Secondo, ci sono molti tipi di amore. C’è uno egoista, meschino, rapace e cattivo che usa l’amore per darsi importanza. Questo è il tipo di amore più brutto e che rende deboli. L’altro invece è una fuoriuscita di tutte le cose buone che hai dentro di te - di gentilezza, considerazione e rispetto - non solo il rispetto delle buone maniere, ma il rispetto più grande, che è riconoscimento dell’altra persona nella sua unicità e valore. Il primo tipo di amore può farti star male, renderti piccolo e debole ma il secondo può far nascere in te una forza, un coraggio, una bontà e perfino una saggezza che non credevi di avere.
Hai detto che non si tratta di una cotta. Se provi sentimenti così profondi, certamente non è una cotta.
Ma non credo tu mi stessi chiedendo di dirti quello che provi. Lo sai meglio
tu di chiunque altro. Quello che mi hai chiesto è di aiutarti a capire cosa fare. E questo, posso dirtelo. Rallegratene e sii felice e grato. L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all'altezza. Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male, ti devi soltanto ricordare che certe persone sono timide e quindi nel dirlo dovrai tenerne conto.
Le ragazze sanno come capire e sentire le cose che tu senti, ma di solito preferiscono anche sentirselo dire. Può succedere che quanto senti non sia ricambiato, per una ragione o per l’altra, ma ciò non renderà i tuoi sentimenti meno veri e belli.
Per finire, so cosa provi perché lo provo anch'io, e sono felice per te. Ci farà piacere conoscere Susan. Sarà la benvenuta. Ma a questo ci penserà Elaine, perché è il suo terreno e ne sarà felicissima. Anche lei conosce l’amore e forse saprà aiutarti più di me.
E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succederà. La cosa
più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via.
Con amore, Pa."

10 Novembre 1958

john steinbeck

John Steinbeck

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"Mia carissima mamma,
sono passati ormai quaranta giorni da quando ci siamo salutati al confine della piana di casa nostra, e finalmente sono arrivato a destinazione. Il viaggio non è stato facile: prima mi hanno caricato come un sacco di patate su un vecchio furgone che puzzava di ruggine come il taglia erba che teniamo nella capanna dietro casa nostra, e lì ho pensato a quando mi parlavi dei "trafficanti della morte", quelli che vendono le persone sulla costa, ed ho avuto molta paura; poi gli uomini che mi avevano promesso un posto in una grande nave moderna non si sono fatti trovare al porto, ma ce n'erano degli altri, con le mani sporche di grasso nero, che mi hanno detto che per quello che abbiamo pagato mi spettava la stiva, insieme ad altre persone. Eravamo in tanti mamma, tantissimi, ho riconosciuto il figlio della dottoressa, non mi ricordo come si chiama: ci siamo guardati, una manciata di secondi, poi lui ha abbassato lo sguardo. Avrei voluto parlarci un po', così, giusto per passare il tempo. La nave da fuori sono riuscito ad intravederla soltanto, poi il buio. Per trentadue giorni e trentadue notti non abbiamo visto nessuno, solo le braccia di chi, due volte al giorno, apriva il portellone di ferro sul soffitto per farci prendere un po' d'aria e mandare fuori il puzzo delle feci e delle pisci. Poi finalmente abbiamo sentito un vento di passioni filtrare dall'esterno: urla indefinite, mani eccitate che sbattevano sui fianchi della nave che piano piano rallentava impercettibilmente. Sono arrivato mamma, e qui tira il vento che tirava quando tu e papà mi portavate sulla costa a pescare. Qui si respira aria nuova: un po' pesante, forse sporca, ma carica di energia. È tutto esattamente come ci aveva descritto lo zio. Ancora purtroppo non ho potuto vedere le grandi città perché mi hanno detto che devo aspettare. In effetti non so bene cosa io debba aspettare: qui parlano una lingua stranissima, simile a quella che sentivamo ogni tanto alla radio nei giorni di festa, e io non capisco quasi niente. Il posto dove mi tengono è molto grande, ma lurido come il vecchio porcile dei nostri vicini: gli altri ragazzi lo chiamano "il centro". Ieri ho visto alcuni di loro accendere un fuoco in bagno e cucinare dei ratti che avevano catturato nel dormitorio. Io avevo i crampi allo stomaco dalla fame ma siccome non sono amico loro mi hanno detto che non potevo mangiare. Non sono ancora riuscito a dormire bene: mi manca il nostro granaio, dove d'Estate dormivo con gli animali dopo il pranzo. Mi manca tanto il pranzo della famiglia, mamma, mi mancano i tuoi occhi che mi guardano e che mi rimproverano dicendomi di mangiare tutte le patate. Quanto mi mancano le nostre patate, e il burro di noci della zia. Qui sembrano tutti grandi, puliti, mi guardano come io guardavo le capre che tornavano dietro a papà dopo i lunghi pascoli. E poi dicono che arriverà il freddo, e addirittura la neve! Sono felice perché finalmente potrò sapere se la neve è veramente così bianca come dice lo zio, ma sono anche preoccupato perché mi hanno rubato le scarpe e le calze una settimana fa, ed inizio ad avere freddo ai piedi, soprattutto di notte. Lo so, è colpa mia, avrei dovuto tenerle sotto le coperte con me le scarpe, ma mi prudevano i piedi e nel sonno me le sono tolte. Comunque non ti preoccupare, nella lettera che ho ricevuto lo zio mi diceva che mi sarebbe venuto a prendere appena fossi arrivato, spero solo che gli abbiano detto che sono ancora qui ad aspettare. Poi ci penserà lui a darmi un lavoro: dice che negli ultimi anni lui ed altri ragazzi come noi si sono organizzati e ora non prendono più ordini come fa papà a casa nostra: sono liberi, e i soldi che guadagnano possono tenerli tutti per loro. Lo so che tu non ti fidi molto dello zio e che credi sia un delinquente, ma non è più la persona che era quando stava con noi alla piana. Comunque mamma, ti prometto che resterò sempre io, il tuo bambino, e che questo nuovo grande paese non prenderà mai il posto che occupa casa nostra nel mio cuore. Ti chiedo solo una cosa mamma: dai un abbraccio forte a papà e digli che mi manca molto aiutarlo con gli animali la mattina presto e vedere con lui il sole sorgere dal mare. Digli anche di non preoccuparsi per me e che fra non molto non dovrà preoccuparsi neanche più dei soldi perché qui dove sono ora le persone come noi hanno un lavoro sicuro e vengono pagate addirittura ogni mese! Appena inizierò a lavorare con lo zio, vi manderò dei soldi per dimostrarvi che non mi sbaglio. Nel frattempo salutami i miei fratelli, salutami tutte le bestie della fattoria, e salutami il mio mare, soffiaci sopra un bacio come mi hai insegnato quando ero piccolo e vedrai che il mare trasporterà il tuo bacio fino a me. Stai tranquilla mamma, per noi ora inizia una nuova vita.
Il tuo devotissimo figlio,
G. Baba Diup
"Centro per l'Accoglienza dei Richiedenti Asilo" (C.A.R.A.) di Mineo (CT), Sicilia, 2016."
.
Non è vero, questa lettera non è stata scritta da Baba Diup, e non è stata inviata dal "centro per l'accoglienza dei richiedenti asilo" di Mineo in Sicilia. Non è stata scritta neanche nel 2016, ma appena cent'anni prima.
"Guglielmino Massería, Ellis Island, New York, 1907": ecco, lui è il vero mittente, e il bacio di sua madre partì dalla piana di Catania per perdersi nel mare. 
Cambia il destinatario, cambia il mittente, e forse un giorno cambierà anche il modo d'interpretare la storia, il modo di ricordare e il modo di vedere il mondo.
Ma i contenuti delle lettere degli immigrati, da ovunque essi arrivino e a qualunque epoca appartengano, quelle non cambieranno mai.
centro di accoglienza per richiedenti asilo
Mattia Rigodanza
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"Ci hanno svegliato più presto del solito questa mattina. Ci hanno detto di muoverci, di fare veloci, ho sentito che dicevano che per noi questo era un giorno molto importante.

Sono nato appena sei anni fa nella campagna di Almerìa, in Andalusìa, dove il sole brucia la pelle e il vento frusta la schiena. Mio padre non l’ho mai visto, e mia madre me l’hanno portata via subito dopo il parto. Mi hanno chiamato Ferdinando, in onore di un vecchio Re dell’ottocento. Appena nato, io e i miei tre fratelli pensavamo che non saremmo potuti sopravvivere neanche un’ora senza nostra madre, ma poi è arrivato quell’uomo robusto, non molto alto ma comunque possente. Si chiama Joselito: è lui che ci ha presi con sé, nella sua fattoria, e ci ha allevati come fossimo suoi figli.

Ora però, mi sento spaesato. Joselito questa mattina l’ho visto solo di sfuggita che s’incamminava verso il furgone, lasciandoci con degli altri uomini con la pelle scurita dal sole e dei grandi cappelli di vimini. “Muovetevi, forza su! Non abbiamo tutta la mattina!” Questi uomini non mi piacciono: cerco di rimanere vicino ai miei fratelli ma arrivati in stazione ci smistano su due vagoni differenti.

Il viaggio è il più lungo che io abbia mai fatto, e stipato in quel vagone in lamiera sento la polvere che mi entra nel naso. Il treno si ferma, sento un clamore provenire da lontano. Scendiamo dal treno e lo schiamazzo si fa più forte, e si mischia alla sabbia. Mentre cammino penso a quante volte io e i miei fratelli abbiamo corso su quella stessa sabbia, per interi pomeriggi, rotolandoci poi all’ombra degli ulivi e godendoci il profumo degli oleandri provenire dalla costa. Mi stanno chiudendo in una specie di recinto rettangolare, le sbarre arrugginite sanno di ferro e sangue. “Che cosa succede?” provo ad urlare. “Perché ci tenete chiusi qui dentro? Dove sono i miei fratelli?” Nessuno sembra accorgersi di me. Molti uomini mi camminano intorno, sembrano non vedermi neanche, e chiacchierano tranquilli tra di loro: alcuni sghignazzano rumorosamente, altri discutono animosamente. Sento delle urla lontane, ho paura. Credo anche di essermi fatto la pipì addosso. Alcuni uomini si avvicinano al mio recinto e mi guardano, uno di loro è accompagnato da un bambino che sembra aver paura di me. “Stai lontano Ale”, si rivolge il padre al bambino, “potresti farti male”.

Vengo legato, tirato fuori dalla gabbia metallica e portato lungo un corridoio buio. In lontananza vedo una luce; ora l’odore di ferro e sangue si fa più intenso. Senza neanche accorgermene, immerso nel terrore che paralizza le gambe, mi ritrovo in mezzo a un cerchio di sabbia, simile a quello della nostra fattoria dove fino a poche ore prima correvo libero con i miei fratelli. Intorno, centinaia di uomini e donne invocano un nome che non è il mio. La terra si è fatta rossa in alcune parti del cerchio, e pezzi di verghe di legno vengono raccolti dal suolo. Ora la sabbia mi ricopre il volto, cerco di togliermela muovendo la testa, ma il nastro che mi hanno legato addosso spostandosi mi graffia la schiena. Mi agito, e credo che gli uomini attorno a me se ne siano accorti: li sento avvicinarsi da tutte le direzioni. Cerco una via d’uscita inutilmente e sento quella moltitudine di persone ridere di me.  Due uomini a cavallo entrano nel cerchio, non riesco a guardarli: i raggi del sole riflettono sulle loro armature d’acciaio, accecandomi.

Sento la paura penetrarmi le scapole e conficcarsi nel mio cuore, penso a mia madre, a quanto avrei voluto conoscerla. Poi penso a mio fratello Gordito, che quando eravamo più piccoli faceva finta di star male per farsi dare una doppia porzione di cena da Joselito. Penso a Joselito: ricordo ancora la prima volta che l’ho visto, a malapena camminavo sulle mie gambe. “Perché hai permesso tutto questo..” penso piangendo.

Vibra la punta di una lancia nell’aria, sento un dolore tremendo arrivare da dietro. Poi ancora, e ancora tre volte. Cerco di scappare, di correre, di volare.. Ma ad ogni mio movimenti mi viene sferrato un colpo che mi abbassa la testa. Non ce la faccio più, sono esausto. Sono stanco dell’odore di ferro e sangue, del caldo del sole, sono stanco della sabbia che mi entra con forza negli occhi. Voglio andare a casa. Non ho più energie per muovermi, quando riesco a malapena a scorgere una sagoma che si avvicina, sinuosa, decisa. Trovo la forza di alzare la testa, e un’espressione di scherno, di sprezzante derisione, affonda nei miei occhi: “Ora il collo, il cuore, e dopo la coda: sei mio, toro!”

Sono morto così, in un cerchio di sabbia. Hanno portato via la mia carcassa in fretta, senza il dovuto giro d’onore, perché secondo i giudici non mi ero battuto in maniera esemplare. Perché avrei dovuto? Come potevo immaginare a cosa stavo andando incontro? Sono stato ucciso da due picche infilate nella schiena, e tre nel collo. Sono stato ucciso dallo scherno del torero, più che dalla sua spada. Sono stato ucciso da Joselito ancor prima di entrare nell’arena, e sono stato ucciso dalle risate delle persone che assistevano alla mia tortura. Sono stato ucciso nel Febbraio del 1986; in quello stesso anno, insieme a me, morirono anche i miei fratelli e altri trecentonovanta tori. Dei toreri si ricorda il nome, dei tori si ricorda solo il puzzo dei loro corpi dissanguati."

toro morente in una corrida

Mattia Rigodanza

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